Botto Giuseppe Archive
Si oltrepassa il cancellone lungo la provinciale, quello imponente, di granito e di ferro battuto, quello con la ragione sociale scritta in alto e con le “B” di Botto accanto ai plinti delle colonne. Per accedere agli uffici ci sono due rampe di scale da salire. E già dopo i primi gradini la luce cambia colore e attira lo sguardo verso la finestra. La vetrata non è solo policroma, è anche figurativa. È composta da due scene sovrapposte che, con altrettante immagini semplici, raccontano una storia.
Due telai, due mondi. La stessa lavorazione, differenti però epoche, abilità, e produttività. Intrecciare la trama attraverso l’ordito è un’operazione che si compie, manualmente o meccanicamente, sempre nel medesimo modo da millenni. Quelle due porzioni di vetrata attestano quindi una continuità, ma anche un’evoluzione. Perché il Lanificio Botto Giuseppe & Figli è nato quando la tessitura si faceva ancora in molti casi a mano e, comunque, le radici più profonde dell’azienda arrivano lontano nel tempo, quando il telaio si muoveva con la forza motrice dei muscoli. E perché, a un certo punto, l’innovazione tecnologica ha consentito, nel Lanificio Botto Giuseppe & Figli come altrove, di applicare alle macchine una forza motrice diversa, cioè quella dell’acqua e dell’elettricità.
La vetrata tramanda tutto questo, tenendo insieme il passato, il presente e il futuro.
Il passato è un uomo che tesse all’interno di una casa. Indossa un grembiule che sembra di cuoio, ai piedi degli umili sabot. Porta e finestra sono aperte. Appena oltre, il paesaggio si ferma a una staccionata o una ringhiera di legno, come il telaio. La sala è spoglia. Sul pavimento di cotto e alle pareti c’è ben poco. C’è solo il lavoro. Sembra di sentire battere quel pettine al ritmo del tessitore. Nelle fabbriche saranno le macchine a dare la cadenza.
La tela che quell’artigiano lavora è candida. L’intreccio non può che essere facile visto che ci sono solo due licciate. Non si vede la navetta, coperta dal corpo del lavoratore, ma la tinta del filo di trama si intuisce dalle spole disposte nel cesto posato lì accanto, comodo per il cambio una volta consumata la carica. Un gomitolo verde completa l’assortimento. Per quanto possa apparire minimale, questo era il Biellese tessile pre-industriale. Centinaia e centinaia di queste stanze, da Sordevolo a Coggiola, da Mosso a Mongrando, hanno fatto un destino che, proprio a due passi da qui, alla “Macchina vecchia”, è cambiato nel 1817. In quell’anno, Pietro Sella portò le prime “meccaniche” e da allora in poi il Biellese ha cominciato ad assomigliare sempre di più a quello di oggi.
La donna, invece, lavora in un reparto di una fabbrica. Per simmetria iconografica il telaio è solo uno, ma si sa che, appena fuori dall’inquadratura, ce ne sono molti di più. Non c’è più il suono legnoso da orologio a pendolo, bensì il frastuono di decine di macchine che scandiscono un vivere il lavoro che il tessitore non avrebbe saputo immaginare. La tessitrice bionda è un’operaia elegante, quasi civettuola. Acconciatura, gonna, scarpe col tacco alla moda. L’industria porta benessere anche per la classe lavoratrice, questo suggerisce il quadro vitreo. Il reparto è chiuso e la finestrona rettangolare ha sostituito le aperture ad arco della casa-bottega di cui sopra. L’albero di trasmissione, le pulegge e le corregge alludono all’energia tratta da lontano e a un movimento rotatorio sconosciuto in epoche precedenti.
Il tessuto è più articolato di quello prodotto dall’uomo del passato. Sempre di quadri si tratta, ma l’armatura sviluppa un disegno complesso. La macchina lo consente. Tante licciate, tutte automatizzate. In effetti, a ben guardare, se nella prima planche in primo piano c’è l’elemento umano, in questa compare la componente tecnica. La meccanica che ruba la scena alle schiene e alle mani. Il telaio è un Louis Schönherr. Prodigio di tecnologia dalla sassone Chemnitz, inconfondibile il suo “marchio di fabbrica”, vale a dire la forma a coda di balena del sostegno dei licci.
Il lavoro, per quanto molto differente da quello d’antan, è ancora il protagonista. Quasi nulla, se non qualche pezza lasciata qua e là, distrae l’osservatore. Quasi nulla. Sì, perché se si ha la vista buona qualcosa che attrae l’attenzione in realtà si nota. Sulla destra, appeso alla parete, si scopre un calendario. E se la vista non è solo buona, ma è quella di un falco, si può leggere sulla pagina un “1938” e, puntando ancora un po’ di più le pupille, ecco il resto della iscrizione: “Albano Macario Biella”.
La data è quella della produzione della vetrata. Albano Macario & C. è la vetreria torinese che l’ha realizzata. Biella è la filiale più vicina a Valle Mosso di un’azienda già allora di ottima fama non solo in Piemonte che, col vetro, ha decorato chiese, case, istituti vari, stabilimenti industriali.
Nell’archivio del Lanificio Botto Giuseppe & Figli non sono (ancora) state reperite notizie circa il contratto di fornitura. Non si sono trovate corrispondenze né riferimenti ai modelli che hanno ispirato l’artista che ha “dipinto” le due scene. Magari furono fotografie, magari quadri, chissà. Quello scorcio di fabbrica col pavimento a scacchi era un angolo del Lanificio Botto Giuseppe & Figli? E l’altro? Un vecchio laboratorio dei dintorni che resisteva alla modernità fabbricando qualcosa che gli Schönherr potevano solo malamente imitare? Chissà.
Resta il pregio del manufatto. La casa madre della vetreria fu distrutta nei bombardamenti di Torino del 1942-1944. All’epoca si era trasferita in corso Francia, ma quella posizione non le portò fortuna. A Biella, invece, era attiva in via Vittorio Emanuele, cioè sull’attuale via della Repubblica. Il negozio fu aperto nel 1931 e chiuse i battenti nel 1966.
A Torino, nel 1900, si erano unite le capacità e le esperienze di Giovanni Albano e di Antonio Macario (con i soci Polti e Biancheri di Garessio). Da allora il successo era stato immediato e meritato. La fabbrica, storicamente in via Gaudenzio Ferrari 11, era un punto di riferimento per clienti, progettisti, artisti. Antonio Macario era morto nel 1910. Giovanni Albano, invece, mancò a vivi proprio nel 1938.
Il presente del 1938 è ancora al suo posto. A raccontare la sua storia a due scene e a proiettarle nel futuro che è anche quello del Lanificio Botto Giuseppe & Figli.