Per festeggiare i 30 anni del recupero della Fabbrica della Ruota, edificio nel quale nel 1984 venne allestita la prima mostra “Archeologia industriale in Valsessera e Valle Strona“, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte e l’Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale, in sinergia con il DocBi – Centro Studi Biellesi e con il patrocinio del Politecnico di Torino, hanno promosso il convegno Patrimonio e paesaggio industriale dalla tutela allo sviluppo: prospettive e modelli per itinerari di conoscenza, conservazione, riuso e valorizzazionetenutosi il 30 maggio 2014.
Il convegno è stato organizzato nel trentennale dell’inizio del recupero della Fabbrica della Ruota. Il progetto di recupero dell’ex lanificio Zignone, meglio noto come la Fabbrica della Ruota, dura infatti dal 1984. È iniziato in un modo particolare, ossia con la scavo nel fango dell’alluvione del 1968. Tra gli spalatori c’era anche l’assessore alla cultura della Provincia di Vercelli Antonino Filiberti, assessore un po’ particolare che iniziò il proprio mandato con un’attività di questo tipo.
Il catalogo della mostra “Le fabbriche e la foresta”
C’è stata una seconda linea di recupero, ossia le presa di coscienza progressiva, che ha portato alla riappropriazione dell’identità dell’intero territorio, cioè l’attività manifatturiera e tessile, identità che è poco riconosciuta dal territorio e che potrebbe invece essere utilizzata come rilancio economico. Una delle finalità del convegno è anche quella di sviluppare iniziative in questa direzione. Il lanificio è stato donato al DocBi nel 1992, e, per quanto noi l’avessimo utilizzato dal 1984 per alcune piccole mostre e per altre attività, è solo dal 1992 che abbiamo inziato il recupero vero e proprio che è tuttora in corso. Si è deciso di intervenire mantenendo quegli elementi che erano necessari alla lettura del lanificio e il suo funzionamento: un esempio sono le macchie d’olio di lubrificazione che indicano la posizione delle macchine che sono stati mantenuti e valorizzati proprio perché parte di quel patrimonio che va conservato. Nell’ambito di questo lavoro sono stati ripristinati aspetti non più presenti nel lanificio sia per i danni dell’alluvione, sia perché rimossi da chi ne aveva usufruito, come il sistema telodinamico, gli alberi di trasmissione dell’energia, le pulegge che trasmettevano il moto ai piani superiori, tutte le macchine tessili conservate nel lanificio e sono state collocate anche quelle che ci sono state donate.
La superficie coperta è di 3500 mq, l’area esterna è di 15.000 mq, i costi sostenuti, anche se i lavori non sono ancora stati completati sono pari a € 800.000, che corrispondono circa a € 200/mq. Questi dati sono importanti e non so se potranno avere altri riscontri altrove. Questo è stato possibile perché all’interno del DocBi oltre agli architetti ci sono anche persone che hanno capacità operative. Questo, comunque non sarebbe stato possibile senza il sostegno della Regione Piemonte, della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella e anche grazie alle risorse interne, prime fra tutti quelle che derivano da Sapori Biellesi, braccio operativo del DocBi che si occupa della valorizzazione dell’enogastronomia dalla quale traiamo risorse importanti che vengono poi utilizzate nelle azioni di recupero.
Contemporaneamente al recupero dell’edificio è partita un’iniziativa di ricerca grazie anche alla sinergia instaurata con il Politecnico di Torino grazie ad un convegno del 1992. Ricordo sempre con affetto la professoressa Zorgno, colei con la quale è iniziata questa collaborazione poi proseguita con Chiara Ruchetta alla quale è poi subentrato Marco Trisciuoglio che insieme a Maria Luisa Barelli si è occupato dello sviluppo del progetto della Strada della Lana.
La Strada della Lana è la ricaduta sul territorio delle varie ricerche che sono state effettuate nell’arco di questi vent’anni di attività. Questo percorso non l’ha inventato il DocBi, ma si è trattato semplicemente della riappropriazione di un territorio storico che esisteva, ossia l’antica strada regia che da Crocemosso, allungandosi ovviamente verso Biella, proseguiva verso Borgosesia lungo la valle del Ponzone. Il percorso di questa strada è significativo per i rapporti che esistevano tra Biella come città industriale e Borgosesia come città commerciale, soprattutto per quanto riguarda i mercati lanieri.
Insieme al recupero della fabbrica trent’anni fa si è iniziato un percorso di riapprorpriazione dell’identità. In questo ambito si deve considerare l’orizzonta culturale del 1984, quando il concetto di archeologia industriale era agli albori. Prima della mostra organizzata dal DocBi c’era stata solo una mostra sul patrimonio industriale organizzata da Italia Nostra dall’architetto Vercellotti.
A seguito di questa iniziativa alla Fabbrica della Ruota si è rivelato un interesse specifico e particolare, soprattutto da parte dell’allora direttore dell’Unione Industriale Alberto Brocca. Con Alberto impostammo un progetto di studio e un comitato per l’archeologia industriale che avrebbe dovuto iniziare una serie di attività riguardo questo specifico settore. Il comitato era presieduto da Giovanni Piacenza, l’allora presidente dell’Unione Industriale, la direzione fu affidata al professor Guido Quazza dell’Università di Torino, mentre il DocBi costituiva il braccio operativo del comitato.
Il cui lavoro di ricerca del comitato è sfociato nella mostra La lana e le pietre allestita presso Città Studi nel 1987, nella ricognizione dei materiali presenti negli archivi e dei macchinari depositati presso le aziende e nel rilievo su carta degli edifici industriali abbandonati, operazione allora tanto innovativa e non praticata quanto preziosa poiché costituiscono attualmente l’unica testimonianza rimasta di alcuni fabbricati che negli anni sono stati abbattuti. Dei circa cinquanta edifici rilevati oggi ne rimangono circa una dozzina.
L’attività del comitato non durò, purtroppo, che pochi anni a causa della scomparsa di Giovanni Piacenza e, a distanza di pochi anni, di quella del prof. Quazza non c’erano più i presupposti per sviluppare quest’azione di ricerca all’interno dell’Unione Industriale. L’azione, però, è continuata presso il DocBi, che non si è dedicato solo alla ricerca, ma anche ad attività didattiche che vanno dalle visite guidate alla Fabbrica della Ruota per le scuole, ai laboratori di tessitura organizzati in collaborazione con l’associazione Piccola Fata di Pettinengo, all’educazione alimentare fatta grazie a Sapori Biellesi. La collaborazione con le scuole è anche più attiva, come dimostra l’area verde delle piante tessili impiantata dagli studenti dell’istituto di agraria Vaglio Rubens.
Sempre nell’ambito della riappropriazione dell’identità il DocBi ha organizzato negli anni varie mostre tematiche che vanno ad analizzare i diversi aspetti di interazione tra l’industria laniera e il territorio e il paesaggio, così come numerosi sono stati anche organizzati numerosi convegni.
Il recupero dell’identità può avvenire anche percorrendo il territorio seguendo le tracce dei sentieri del lavoro aperti dagli operai per raggiungere i lanifici quando la produzione si spostò dall’alta valle al fondovalle. In qualche caso i sentieri sono stati mantenuti e ripercorrendoli si ha proprio la sensazione di quello che era il lavoro nel secolo scorso. In alcuni casi questi sentieri sono stati trasformati in mulattiere e successivamente in strade. Tutte queste vie vanno a costituire una ragnatela di strade che andranno sicuramente studiate e approfondite.
La raccolta delle testimonianze è iniziata fin da subito, proprio per allestire la prima mostra, ma si è sviluppata soprattutto negli anni Novanta con una serie di videoregistrazioni curate dal regista romano Marco Cuvai. Nel 2005-06 in sinergia con il Rotary Club di Vallemosso è stata effettuata una raccolta di testimonianze di imprenditori ed operai che è poi confluita nella pubblicazione del libro Pane e navetta.
Sempre per quanto riguarda le testimonianze anni fa sono stati richiamati gli operai del lanificio Zignone. La fabbrica aveva cessato la propria attività a fine anni Cinquanta, quindi attraverso i libri matricola siamo risaliti agli operai che ritenevamo potessero essere ancora vivi e ne furono individuati una ventina e li abbiamo invitati alla Fabbrica. Quel giorno si presentarono in trenta, poiché a loro volta avevano esteso l’invito a conoscenti che non eravamo riusciti a raggiungere. In quell’occasione abbiamo raccolto delle testimonianze incredibili.
L’attività di Sapori Biellesi è strettamente interconnessa a quella della Fabbrica. È nostra tradizione proporre dei buffet e delle degustazioni che hanno un legame particolare con i prodotti del territorio. Spesso riscuotono un grande successo, come ad esempio al Parlamento Europeo dove è stata servita una polenta concia per 400 persone. Produrre buffet, però, non è l’unica attività di Sapori Biellesi, che si occupa soprattutto del recupero dei prodotti di un tempo e che sono diventati desueti, come l’olio di noci che veniva prodotto al Museo-Laboratorio del Mortigliengo e che abbiamo riproposto e abbiamo rimesso in produzione attraverso l’azienda agricola l’Oro di Berta. Nel tempo sono stati elaborati anche dei prodotti nuovi come le Navette di Biella. Attraverso le vendite e le commercializzazioni di questi prodotti ricaviamo quel reddito che ci permette di proseguire con i lavori di valorizzazione della Fabbrica.
Attualmente la Fabbrica della Ruota ospita il Centro di documentazione dell’Industria Tessile, che è costituito da una serie di archivi industriali, attualmente un’ottantina di fondi, e una biblioteca specializzata sull’industria tessile costituita da circa 1500 volumi. Il nucleo originario della biblioteca è appartenuto al commendator Mario Sodano ed è stato donato dagli eredi e abbiamo continuato ad arricchirlo acquisendo anche volumi d’epoca che hanno contribuito a costituire un corpus specializzato di un certo interesse. Il Centro, attualmente diretto e seguito da Danilo Craveia, è a disposizione non soltanto dei ricercatori ma anche degli studenti che devono preparare tesi di laurea che noi seguiamo con piacere.
Il Centro di documentazione è naturalmente legato al Centro Rete Biellese – Archivi tessili e moda, nato un paio d’anni fa e che opera all’interno della Provincia di Biella. Il DocBi insieme ad ANAI è stato uno dei fondatori e maggiori sostenitori di questo importante progetto, che probabilmente è un unicum in Italia e forse non solo in Italia, poiché non ne fanno parte solo enti ed istituzioni culturali, ma soprattutto ne fanno parte aziende, che hanno colto l’occasione per riordinare i propri archivi con l’intento di metterli in rete a disposizione di tutti i ricercatori.
Ovviamente la Fabbrica della Ruota fa parte dell’Ecomuseo del Biellese, costituito da una quindicina di cellule.
Lodovico Sella: Il recupero del Lanificio Maurizio Sella
Immaginiamoci il ponte della Maddalena: ci troviamo su un gruppo, un affioramento di rocce metamorfiche, ossia trasformate. Quelle sono il simbolo del tempo che va avanti e delle cose che cambiano. Così fa anche l’industria tessile.
Siamo una comunità di imprenditori di un’ingegnosità straordinaria, tant’è che anche don Bessone descrive la grande ingegnosità non solo tecnica ed imprenditoriale, ma anche di pensiero degli abitanti della Valle Strona. Il nostro territorio, però, ci ha portati spesso a non comunicare agevolmente, per cui gli industriali della Valle Strona non conoscevano bene quelli della Valle Cervo o l’antica famiglia degli Ambrosetti di Sordevolo.
Per riallacciarmi al tema della conservazione lanciato da Giovanni Vachino voglio prima elogiare l’attività che il DocBi sta svolgendo da anni, ossia il ricordare come erano le cose. Io sono stato tanto legato al passato e sono convinto che i giovani debbano guardare al passato non con nostalgia, come a volte faccio, ma come esperienza illuminante. La cultura per se stessa, secondo me, non può illuminare, ma l’intenditore, cioè il biellese, aveva la cultura della propria azienda, la cultura che i conti quadrassero a fine mese e che l’inventario costituisse un utile, aveva la cultura operativa che consisteva nella buona convivenza con gli operai.
Il Lanificio Maurizio Sella rinasce grazie ad un motu proprio della Soprintendenza nella persona, se ricordo bene, della dottoressa Palmas che ha dichiarato vincolati gli immobili sulla riva sinistra del Cervo dal ponte della Maddalena al Ponte Cervo perché danno un’utile dimostrazione della creatività dell’uomo dal basso Medioevo ad oggi.
I miei antenati di Valle Superiore Mosso, come artigiani lavoravano molto in casa. Diventati imprenditori lanieri abitarono nel lanificio, che era un insieme di edifici antichi, in parte civili e in parte industriali, che costituivano la cartiera Mondella e la filanda di seta del Santuario di Oropa. Questa presenza fissa ha sicuramente aiutato nella conservazione degli edifici.
Mio nonno e mai mamma sono nati lì e ci sono altri parenti che abitarono nel lanificio per qualche tempo dopo la chiusura dello stabilimento. Non ci fu mai un vero stacco tra la famiglia e la fabbrica, tanto che mio nipote Federico, che è presidente di Banca Sella e vive a Torino, quando viene qui mi dice sempre “Mi sento a casa”. Questo sicuramente facilita la sopravvivenza di questa casa dove si è tanto lavorato, come anche il fatto che qui abbia abitato Quintino per tutta la sua vita aiuta moltissimo.
Noi non siamo stati colpiti dall’alluvione del ’68 come la Valle Strona, ma siamo stati più volte toccati dagli impeti del Cervo. Nel 2002 il Cervo è straripato più a monte del lanificio e abbiamo ricevuto l’acqua alle spalle dell’edificio. È stato un vero disastro perché abbiamo perso macchinari e altri oggetti conservati. Mentre eravamo in mezzo all’acqua con gli stivaloni, mio fratello ha detto: “Deve rinascere”.
I Sella hanno smesso di essere produttori di panni nel 1956 e hanno ceduto ad una trentina di piccoli padroni e produttori i macchinari. Cito questo fatto per spiegare come nel lanificio non ci sia più un reparto in ordine e perché non ci sono più macchinari e strumenti anche perché gli operai licenziati ricevettero come liquidazione parte dei macchinari. Questo oggi ci pone di fronte ad un bivio: occupare i locali con varie attività o tenerlo tutto unito come un museo. In entrambi i casi non sarebbe possibile farne una struttura come la Fabbrica della Ruota.
La Banca ne ha preso una parte per farne il centro meccanografico e dal 1992 vi ha sede la nostra Fondazione, che ha come scopo la conservazione della creatività. Noi collezioniamo i fotografi, primo fra tutti Vittorio, di cui possediamo le fotografie, le carte, ecc. Conserviamo anche le carte di Quintino, l’intero archivio dell’Associazione Laniera Italiani, 100 anni di fotografie dello Studio Rossetti. I problemi di gestione di questo enorme patrimonio sono molti, ma con la digitalizzazione speriamo di avere qualche vantaggio e qualche aiuto in più.
Tornando all’edificio, se avessimo costruito una nuova struttura in mezzo ad un prato ci sarebbe costato meno e avrebbe funzionato sicuramente meglio, ma non avrebbe avuto alcun significato. Invece proprio adesso stiamo pulendo quello che fu il primo canale che portava l’acqua alla fabbrica. È un canale con un fondo acciottolato e voltato a botte in mattoni, molto bello, che l’alluvione ha intasato e che verrà riaperto tra pochissimo. Stiamo anche cercando di rimettere in funzione la roggia che prende l’acqua al ponte della Maddalena per produrre energia elettrica.
Anna Zegna: Il progetto “Casa Zegna”
L’argomento del convegno è molto interessante e stimolante perché parlare di patrimonio e paesaggio è molto importante oggi. Il paesaggio, come dice il FAI, è l’ambiente per come è stato influenzato e modificato dall’intervento umano. Nel Biellese c’è una grande impronta del paesaggio industriale e nel caso di Zegna c’è una grande impronta di ambiente modificato lentamente dall’uomo.
Mi piace molto anche il concetto di tutela e sviluppo, perché la tutela volta solo alla conservazione è limitante, poiché oggi se non c’è dinamismo o creatività la tutela resta fine a se stessa e rischia, quindi, di scomparire. Per questo vi porto nella storia, una storia che molti conoscono, ma che voglio raccontare in modo dinamico, per far capire come la storia sia stata fondamentale non solo alla formazione dell’archivio, ma soprattutto per alimentare la progettazione e l’invenzione continua di storie di un gruppo industriale ed imprenditoriale molto ampio.
Nel 1910 a Trivero è stato fondato il lanificio da Ermenegildofiglio di Michelangelo Zegna, che di mestiere faceva tutt’altro, ossia l’orologiaio. Nonno Gildo aveva l’abitudine di appuntare su dei taccuini tutti gli ordini di acquisto e tutte le procedure e le operazioni che si svolgevano nel lanificio. Questo ci permette oggi di avere tutte le ricette dei tessuti e tutti gli acquisti delle lane. Tutte queste note e questi taccuini sono alla base della costituzione del nostro archivio.
Come già segnalava Lodovico Sella era uso comune che l’imprenditore abitasse in fabbrica e, a conferma di questa tradizione, anche la prima casa di Ermenegildo fu all’interno del lanificio e anche la seconda guardava verso il locale dei telai, a dimostrazione che il legame tra l’imprenditore e la fabbrica è sempre stato molto stretto.
Mio padre Angelo e mio zio hanno portato avanti questa visione. Negli anni Sessanta hanno capito che la società stava cambiando e non era più sufficiente produrre dei tessuti, ma bisognava andare verso il consumatore finale; nacque così il prêt-à-porter, quindi non più solo l’abito fatto dal sarto, che porta con sé l’internazionalizzazione. Nel 1938 Ermenegildo portò i suoi tessuti in America e conserviamo con orgoglio un documento straordinario, cioè il menu che fece servire ai sarti italiani convenuti a New York. Oltre al patrimonio industriale abbiamo anche un patrimonio di vita vissuta straordinario.
La nostra generazione, invece, ha una visione in più, che è quella di diffondere il marchio nel mondo tramite i negozi Zegna, che sono stati progettati appositamente e che anche nella loro architettura sono permeati di elementi legati alla cultura tessile.
Oggi siamo l’unico brand familiare totalmente integrato e diamo una grandissima importanza alla filiera perché ci permette di avere il controllo totale del prodotto, dall’acquisto delle lane in Australia ai clienti passando attraverso il lanificio, che è lo stesso di allora, esattamente come il nonno lo costruì nel 1910 e ritorno di nuovo al signor Sella per dire come la qualità delle costruzioni fosse parte della qualità del tessuto. Questo è un edificio straordinario che si è mantenuto vivo grazie alla qualità dell’architettura e alla qualità della manodopera, tant’è che oggi noi aggiungiamo dei macchinari e le solette continuano a reggere a dimostrazione come gli architetti e le strutture di allora continuino ad essere adeguati ai macchinari più innovativi di oggi.
Parlavo di filiera anche perché il collegamento con il consumatore finale è parte di questa relazione costante che dobbiamo avere, per cui questo patrimonio tessile e di filiera è anche quello che ci fa capire in quanti ambiti siamo dovuti intervenire nell’archiviare quello che oggi costituisce il patrimonio di Casa Zegna. Ognuno di questi passaggi costituisce una fonte che va a costituire il nostro archivio.
Un’altra caratteristica molto importante dell’azienda sono i trofei. Nel 1963 abbiamo consegnato il primo trofeo in Australia e negli anni successivi abbiamo iniziato collaborazioni con famosi artisti che hanno disegnato dei trofei da consegnare ad allevatori australiani che ogni anno si impegnano nel miglioramento della qualità delle loro lane, perché le lane del 1950 oggi non sarebbero assolutamente più adatte per creare i tessuti finissimi che noi abbiamo. Incentivare attraverso queste relazioni gli allevatori australiani al miglioramento della loro qualità con l’obiettivo non solo della finezza ma anche di resilienza, di umidità, di elasticità, fanno sì che ci sia un’educazione a due vie, cioè un rapporto che si crea tra chi produce e innova e chi dall’altra parte porta ad avere la migliore materia prima.
Questa cultura della qualità l’abbiamo anche trasferita negli altri mercati da cui noi ci approvvigioniamo, ossia il Sudafrica per il mohair, la Cina per il cachemire e il Perù per la vicuña e l’alpaca, dove abbiamo lanciato un progetto di social responsability per portale l’acqua alle comunità che vivono sull’altopiano andino e che altrimenti si sarebbero dovuti spostare in luoghi più bassi dove le vicuñe producono un vello meno pregiato. Le vicuñe producono un vello molto pregiato solo se vivono in un ambiente disagiato, intorno ai 4600 m di altitudine.
Oggi lo stile è fondamentale per poter creare non solo dei bei tessuti ma per poter essere al passo con i tempi. Dal 2013 abbiamo un nuovo direttore creativo, Pilati, che è uno stilista particolare perché imbevuto di tessuto, essendo nato nel tessile, e viene continuamente a Trivero a ricercare all’interno dei vecchi campionari per ispirare le nuove collezioni. La sua fonte di ispirazione porta ad una trasformazione continua dei tessuti e addirittura il lanificio con il team dei creativi crea nuove tipologie, non solo disegni, che vengono ispirate da questa creatività. Questa è la testimonianza del grande scambio che continua ad esserci tra il grande passato tessile e lo sviluppo futuro.
Un altro legame tra passato e futuro è costituito dal su misura “industriale”. Venendo noi da un cultura sartoriale avevamo il contatto diretto con i sarti, quindi mio padre pensò di trasferire questo in un contesto contemporaneo e quindi abbiamo la possibilità di portare i tessuti su misura partendo, però, da una cultura di saper fare industriale. Quindi il passato del tessile si lega a quello del prêt-à-porter.
Cito Zegna Sport perché è un altro modo per vivere la lana. Immaginate che già negli anni Trenta esisteva la STIMA che produceva solo abbigliamento sportivo e noi l’abbiamo recuperata portandola al passo con i tempi. Cito Techmerino per dimostrare come anche la lana può entrare, se innovata, in un patrimonio dinamico, poiché è una lana molto performante con caratteristiche adatte all’indoor e all’outdoor. Sono presenti anche prodotti in licencing come gli orologi, l’underwear, il settore auto con una collaborazione con Maserati che nasce ispirandosi ad un progetto degli anni Settanta in cui Zegna creò un tessuto apposta per Ferrari per cui fu fatta una campagna pubblicitaria in cui si diceva “Servono 5 metri del tessuto più bello del mondo per fare una Ferrari”. È incredibile come se si va a scavare nella storia in chiave contemporanea possono nascere tantissime altre storie.
L’ultimo marchio che cito è Agnona, perché è un marchio che sicuramente molti conoscono, fondata dal grande Franceschino Rini, aiutato da mio nonno Ermenegildo e dall’altro nonno Ettore Fila, nel 1953. Negli anni la famiglia ha deciso di abbandonare il marchio e allora la Zegna ha deciso di riacquistarlo e oggi Agnona ha la direzione creativa di Pilati e abbiamo recuperato tutti gli archivi e i tessuti per continuare a produrre tessuti secondo la filosofia Zegna dell’alta qualità.
Oggi abbiamo 546 negozi nel mondo di cui 312 a gestione diretta. Peter Marino è un architetto che collabora con i più grandi brand di lusso del mondo e si è ispirato al Dna Zegna, ha vissuto con noi la fabbrica, l’ambiente e la cultura per creare le facciate dei negozi in modo che ci siano dei segni molto forti che ricordino l’intreccio dei fili di trama e ordito del tessuto perché i negozi siano portatori di una cultura, di un’identità.
La parte digital è importante perché il 38% dei nostri clienti prima di andare nei negozi visita i vari portali web. Avere un porta verso l’esterno è importante, perché avere gli archivi chiusi, che non dialogano con l’esterno sarebbe un grosso limite.
Per noi è fondamentale far capire come Zegna non sia solo industria, ma anche valori, è anche la Fondazione, è anche l’Oasi, perché per noi il territorio è arte. La Fondazione nasce nel 2000 perché ci sembrava importante avere un luogo dove i valori di Ermenegildo si trasformassero in progetti concreti. I valori del nonno sono quelli che hanno portato alla creazione di un paese vero e proprio a Trivero, una sorta di welfare state, con la creazione di un villaggio, di un ospedale, un cinema, una piscina, l’emporio, un’area rivolta alla formazione. Noi oggi grazie a dei progetti innovativi riusciamo a portare tenta gente a Trivero, che essendo il nostro luogo di origine, permette di vedere da vicino la nostra storia, respirando un’aria che non avrebbe colto altrove.
L’altro grande progetto di Ermenegildo fu la Panoramica Zegna. A metà degli anni Trenta progettò questa strada e mise a dimora 500.000 conifere e creò la valle dei rododendri, ispirandosi all’opera di Piacenza. Il passaggio dell’imprenditore lascia un’impronta e modifica l’ambiente valorizzandolo. Per noi questo è un importante laboratorio che ci permette di creare tante iniziative e attira molte persone da fuori e permette di unire in un unico sguardo l’ambiente, il paesaggio e il paesaggio industriale.
La Fondazione opera in quattro ambiti: il patrimonio ambientale, lo sviluppo sostenibile, la ricerca medica e l’educazione dei giovani. Quattro ambiti assolutamente coerenti con la visione di Ermenegildo Zegna. Cito queste attività perché, come diceva la presidente dell’Unione Industriale Biellese, è importante dare al territorio nuove opportunità di sviluppo.
Nel 1993 abbiamo creato l’Oasi Zegna e dopo vent’anni abbiamo fatto un bilancio delle attività di valorizzazione e di tutela e abbiamo deciso di fare di quest’esperienza un nuovo modello di sviluppo sociale e turistico, quindi vorremmo far sì che l’Oasi Zegna, con le persone che lo vivono e i microimprenditori che lo animano, sotto l’unica regia del consorzio possa diventare un portatore di piccole imprese che fatto tutela, ma anche progettazione e creazione di valore per chi lo abita; solo così un territorio si può sviluppare e guardare lontano.
Ultima cosa è un progetto di opere d’arte in situ che nasce anche dalla collaborazione con Michelangelo Pistoletto, il cui padre dipinse un ciclo pittorico all’interno del lanificio che illustra tutto il ciclo di lavorazione della lana. Anche in questo caso è bello vedere come le realtà locali e un grande artista di allora ritrovano una collaborazione e un’interazione con l’impresa di oggi, come Cittàdellartedimostra.
Casa Zegna è nata nel 2007. Questi erano gli edifici che facevano parte della casa di famiglia e che, grazie ad un restauro che ha creato una grande vetrata, è diventata sia archivio sia spazio espositivo, perché senza dinamismo si può studiare un archivio, ma mancano poi le iniziative che attraggono le persone. Lavoriamo sull’archivio storico che ha come obiettivo quello di conservare, di studiare e di continuare a ricercare. Il secondo ambito sono le mostre permanenti, ambito nato in seguito alla mostra che abbiamo creato nel 2010 per i 100 anni di eccellenza del lanificio e del gruppo Zegna. Il terzo elemento sono le mostre temporanee, che hanno un obiettivo diverso, ossia approfondire elementi ed argomenti che fanno parte della storia della Zegna e che escono direttamente dalle ricerche d’archivio. L’ultimo ambito è quello dei laboratori dei bambini, che sono sempre abbinati ad una mostra per far percepire fin da piccoli la ricchezza di materiale su cui operare.
Abbiamo iniziato a formare l’archivio nel 2002 e nel 2007 l’abbiamo aperto al pubblico. Abbiamo 1 chilometro lineare di documenti cartacei, 100.000 fototipi, 10.000 disegni tecnici che vanno dal tessile all’architettura, perché Ermenegildo aveva creato milioni di progetti, alcuni dei quali non realizzati, o tutti i progetti dei negozi, delle fabbriche e 1000 oggetti concreti. Abbiamo, inoltre, 140 volumi di campionari del nonno dal 1910 al 1960 in archivio, mentre gli altri sono in fabbrica perché vengono usati abitualmente da chi fa ricerca. Il campionario Agnona è in via di digitalizzazione proprio in questo periodo in modo da permettere una ricerca più facile. Quattro anni fa abbiamo acquisito anche l’archivio Eberlein, un gruppo svizzero che è nato come finitore, che è costituito da 2200 volumi, tutti digitalizzati. Non ultimi i Claude Frères, acquisito dal nonno, costituito da 150 volumi. Abbiamo l’archivio dei tessuti preziosi e dei capi storici; abbiamo catalogato tutti i capi più importanti dal 1968 ad oggi, quindi noi abbiamo tutta la storia dello stile Zegna da quando è uscita la prima collezione ad oggi archiviata e sistemata.
L’archivio è accessibile ai ricercatori secondo il loro percorso di ricerca, forniamo il materiale, ma non si può portare nulla fuori dall’archivio. Ci sono i creativi, sia quelli della nostra azienda sia di altri che vengono a studiare. C’è un intento formativo di tutti i neoassunti che quando entrano in azienda vanno in archivio a fare un bagno educativo di cultura Zegna; l’ufficio stampa si ispira spesso al passato e chiede spesso documenti all’archivio; vengono in visita i clienti; le istituzioni spesso ci chiedono documenti, come è capitato per la mostra sulla moda italiana a Londra per la quale abbiamo prestato dei capi del nostro archivio.
La mostra sul centenario è stata il luogo di prova che è sfociata in una mostra permanente attualmente presente a Casa Zegna, che è la versione ridotta della mostra triennale originale che ha girato tantissimi paesi del mondo. Poi c’è la produzione di mostre, che organizziamo ogni sei mesi nello spazio espositivo e che sono o ispirate a documenti che abbiamo in archivio o organizzando mostre a tema sul nostro patrimonio. L’ultima mostra La seta dall’Asia alla Zegnavuole essere educativa e uno stimolo; ci sono contributi molto interessanti dello Studio Azzurro che ha prodotto video artistici per illustrare quello che c’è a livello di produzione ma anche a livello storico dietro questa attività molto interessante.
Abbiamo per la prima volta creato un laboratorio per bambini “dalla pecora all’abito” grazie a cui i bambini dai 5 ai 12 anni riescono a capire in un modo molto semplice ma molto efficace tutto il ciclo della lana partendo dalle materie prime e arrivando all’abito. Noi chiamiamo questa attività edutainement, perché dev’essere educativo e entertainement. I bambini devono divertirsi e tornano a casa con una pecorina che vestono loro con le lane.
Per ultimo parlo del digitale, un progetto con cui portiamo l’archivio al mondo. Ad oggi abbiamo creato i primi due “alberi”, quello dello Stile e della Comunicazione e quello del business. A breve metteremo online quello della Montagna e poi seguirà quello della Fondazione.
Concludo citando una frase di Mariano Maugeri, collaboratore de Il Sole 24 ore che dice “roots and wings”, radici ed ali. Sembra una frase dei Beatles, invece è la storia di Ermenegildo Zegna.
Paolo Naldini: Arte e patrimonio: La Fondazione Pistoletto
Venendo alla Fabbrica della Ruota sono sempre colpito dalla storia e da quanto è stato fatto in questo luogo. Parlo di luogo perché uno spazio diventa luogo quando c’è un progetto.
Io mi sono laureato a Torino in Economia con una tesi interateneo con il Politecnico di Torino sul riuso degli spazi industriali e all’epoca non avevo idea che sarei andato a vivere in un edificio industriale riutilizzato e ricreato. La tesi si intitolava Vuoti urbani: problema o opportunità. Definirli vuoti, però, è sbagliato. Questi luoghi sono pieni di opportunità e rimangono vuoti solo se non c’è un progetto che dà loro un contenuto.
Questo è ciò che è avvenuto nell’ex lanificio Trombetta. Pistoletto era nato a Biella e, come ricordava Anna Zegna, suo padre aveva dipinto gli affreschi della storia della lana al lanificio Zegna, ma aveva abbandonato il Biellese dopo pochi anni e, quindi, non l’aveva praticamente mai vissuto. Negli anni Settanta Omar Ronda, che fu il primo a rifunzionalizzare edifici industriali, lo invitò per una mostra.
Negli anni Novanta Michelangelo insegnava all’accademia di Vienna e si trovò di fronte una generazione di giovani artisti con negli occhi la passione l’entusiasmo e spesso il talento per poter portare nuove visioni grazie alla loro creatività. Siccome Michelangelo aveva già una sessantina d’anni e sapeva come funziona il mondo dell’arte, sapeva che pochissimi avrebbero potuto portare quella creatività, quel potenziale, nella realtà. Avrebbe potuto far sì che quello rimanesse un problema del 98% della generazione davanti a lui, ma vedeva che il mondo davanti ai suoi occhi aveva bisogno di idee, di creatività, di cambiare e quindi non poteva in alcun modo dire: “Solo qualcuno di voi ce la farà, tanto non c’è bisogno di tutte queste idee”. Al che ha cercato degli strumenti che permettessero la creazione di percorsi; così nacque un’idea che Michelangelo espresse in un manifesto che si chiama Progetto Arte e che vuole indicare agli artisti un ruolo, che consiste nel mettere in relazione attraverso la propria creatività i compartimenti, i settori, gli ambiti che compongono la struttura sociale. Questo è un progetto che quando è stato presentato è stato definito un’utopia, che quindi, secondo l’etimologia greca, è un non-luogo. Quando a Michelangelo fu indicato l’ex lanificio Trombetta, egli decise di fare di quell’edificio il luogo del suo progetto. Quegli edifici sono stati essenziali, costitutivi della sua grande impresa.
Quando si vedono dei luoghi bisogna sempre chiedersi quali sono i progetti che possono trasformare questi luoghi e, come dicevo prima, sono impressionato da quello che vedo qui, dal progetto che vedo in gioco in questa Fabbrica della Ruota.
Avendo un progetto e avendo un luogo si cerca di portare avanti, di realizzare il progetto, ma i tempi non sono più quelli in cui bastava realizzare un progetto; mancava un rapporto, una relazione con le altre progettualità. L’auto-progettualità è essenziale, ma, soprattutto quando si parla di luoghi e di spazi, occorre ragionare in termini site specific, chiedendosi cosa sta avvenendo intorno al luogo in cui si sta realizzando il progetto. Questa è l’altra fonte di contenuto per il complesso di Cittadellarte, ossia alcune progettualità si sono sviluppate e si stanno sviluppando sfruttando le opportunità che questo luogo dà.
Vorrei concentrarmi sul rapporto tra il complesso Trombetta e il territorio Biellese, perché si alimenta un dialogo, una verifica, una legittimazione, un senso da negoziare con il “vecchio”. Al di là del valore che si attribuisce alla rivitalizzazione di un’area che era abbandonata con tutto ciò che comporta a livello sociale ed urbanistico, Cittadellarte ha sicuramente contribuito alla rigenerazione del quartiere di Riva, per quanto essa fosse già in atto e abbia agito in modo parallelo e indipendente, c’è anche un valore rispetto alla vocazione di un territorio. Mi piacerebbe, quindi, citare alcuni progetti in corso che sono in parte “reali” e in parte più ideali:
• c’è un progetto che riguarda la terra, che nasce dalla riflessione di molti pensatori sul ruolo che la sfera produttiva alimentare ricopre nella vita dell’uomo;
• un progetto che riguarda il rapporto fra il centro e la periferia, che parte dalla nuova lettura della realtà che molti artisti e pensatori fanno, andando a rivalutare il ruolo del “centro” come luogo delle idee rispetto alle periferie. Si cerca di cambiare la percezione che si ha delle periferie come luoghi di problemi trasformandoli in luoghi di idee, cercando di rovesciare il binomio problema/opportunità;
• parlavo prima di terra, di produzione alimentare, ma con il progetto Let Eat Bi – Il Terzo Paradiso in terra biellese si è cercato di aprire un dialogo costruttivo con delle realtà che già hanno un proprio progetto nei luoghi del biellese e quindi nell’intero Biellese come luogo dove c’è una progettualità e non come territorio. Non è detto che aggregando tanti progetti ne nasca un corpo progettuale unico, ma a volte i segni possono aiutare ad identificare uno scopo progettuale, una mission di riferimento: Let Eat Bi vuole legare le progettualità già oggi in atto che si occupano di cibo, in un percorso di economia solidale da sviluppare come una filiera del bello, del buono e del giusto. Abbiamo assunto un segno, che Michelangelo stesso ha creato all’inizio degli anni 2000, come simbolo di questa progettualità comune: il Terzo Paradiso.
Il primo paradiso è, ovviamente, quello naturale e rappresenta quel periodo in cui la natura governava ogni aspetto della vita dell’uomo sul pianeta, compresa la primigenia umanità, che, grazie alla propria intelligenza, apre un nuovo mondo, un nuovo paradiso, che è quello tecnologico, nel quale con straordinarie conquiste si è arrivati alla scienza, alla tecnologia, all’arte stessa, all’industria. Questi due paradigmi sono in una fase di insostenibilità e impraticabilità sul lungo periodo, quindi serve un Terzo Paradiso, un terzo progetto, un terzo spazio in cui dare luogo ad un nuovo equilibrio tra l’intelligenza della natura e la nostra intelligenza.
Tutto ciò sta già avvenendo, non è un’utopia.
Non vi ho parlato tanto degli spazi della Fondazione Pistoletto, ma l’ho fatto di proposito, per stimolarvi a venire a vederli e spero di avervi stimolato con qualche idea e qualche riflessione sulla necessità dei progetti di abitare i luoghi. L’idea è ciò che riempie un progetto, che rende luogo uno spazio.
Marco Trisciuoglio: (Ben) al di là del patrimonio industriale. La Strada dela Lana 3.0, tra paesaggi culturali e promozione immateriale
Quando anni fa si parlava di cosa si potesse fare in questo territorio venne detta una frase tra il serio e il faceto: “A Biella si può solo fare una mostra intitolata I Biellesi”.
Oggi si sa che ci si deve rivolgere all’esterno per trovare turisti, fruitori, investitori e le quattro realtà presentate in precedenza (DocBi, Fondazione Sella, Casa Zegna e Fondazione Pistoletto) sono i migliori strumenti per proiettare verso l’esterno questo territorio.
La Strada della Lana è la strada che va da Biella a Borgosesia e che in certi pezzi rifà i percorsi della ferrovia e in certi pezzi rifà dei percorsi del lavoro che abbiamo studiato con precisione archeologica. Oggi però vorrei andare oltre questo semplice percorso.
La Strada della Lana per me è particolare, perché è stato il mio primo lavoro in territorio biellese e perché ho cercato di dare un apporto ulteriore al progetto che Giovanni Vachino aveva già in mente e strutturato.
Mi era già capitato di studiare, nell’ambito del Politecnico, gli edifici industriali biellesi, ma per questo lavoro mi sono ritrovato a studiare nuovamente il Biellese, poiché il Politecnico aveva posto la propria attenzione all’edilizia tralasciando l’aspetto territoriale o, come mi piace dire, paesaggistico.
La Strada della Lana come ricerca ha significato percorrere questo percorso, che è stato animato più volte da Sergio Trivero, che mi ha aiutato più volte a leggere il paesaggio, e da Maria Luisa Barelli e Michela Barosio con cui abbiamo analizzato i manufatti presenti lungo il percorso. Abbiamo percorso la Strada anche con gli studenti dell’Erasmus Mundus di Padova.
Anni fa, agli inizi della mia collaborazione con Giovanni, quando ancora cercavo di convincerlo a cambiare il percorso della Strada prima di capire che il suo era quello giusto, dissi che avremmo dovuto portare a conoscere questi paesaggi i turisti coreani. Era una battuta, ma all’epoca io mi sentivo nella stessa condizione del coreano nel Biellese, non ne sapevo nulla e dovevo cominciare a ricostruirlo. Mi aiutarono in questa operazione Giovanni e Maria Luisa, con cui studiammo il percorso e vedemmo come il tracciato ferroviario incrociasse altre strade e cercammo di capire come Biella si collegasse a Borgosesia tramite due strade che hanno una strettoia costituita dall’asse Vallemosso-Crocemosso, che è cruciale per la storia della nascita e della crescita dell’industria biellese. Abbiamo preparato da tempo anche una guida alla Strada della Lana e spero che ci sbrigheremo a chiuderla, perché è veramente un bel libro.
Vi mostro la copertina del catalogo La fabbrica e la foresta sia perché ci sono affezionato, essendo il primo lavoro in assoluto che ho pubblicato per il DocBi, sia perché Giovanni mi coinvolse nell’ideazione di questa mostra che andava ad analizzare il paesaggio industriale, termine che praticamente ci inventammo in quell’occasione, prendendo come spunto il binomio tra fabbrica e foresta. Questo primo lavoro e questa prima idea ci ha portato fortuna nel modo di raccontare questi luoghi.
Il tema centrale per me in questi anni è stato quello dei viaggiatori. Per un paesaggio come quello biellese è cruciale far venire qualcuno qua dall’esterno. Il concetto di paesaggio bello da vedere proprio perché industriale c’era già a fine Settecento in artisti che facendo il Gran Tour ritraevano le bellezze architettoniche dell’antica Roma e quelle delle fabbriche a Manchester, ma anche più recentemente nelle cartoline biellese di inizio secolo si può vedere la scritta “Saluti dalla Manchester d’Italia”.
Una soddisfazione personale ce l’ho avuta qualche anno fa quando proprio grazie all’Erasmus Mundus di Padova che citavo prima ho portato degli studenti cinesi a scoprire la Strada della Lana, un mondo, un paesaggio totalmente diverso dal loro che li ha interessati e incuriositi.
In questi anni ho lavorato sempre di più sul tema dei viaggiatori, perché ritengo che i paesaggi industriali debbano uscire dall’aporia che si crea tra insiders e outsiders, tra coloro che vivono quel luogo e coloro che lo attraversano. Ogni volta che noi guardiamo un paesaggio in realtà ne guardiamo due: quello dei coreani che passano per la prima volta e quello de I Biellesi della mostra che citavamo prima. Le ricostruzioni della memoria e dell’identità, come ad esempio quella fatta dagli Ecomusei, hanno il grande pregio di essersi diffuse molto da metà anni ’90, ma hanno il grande difetto di essere pensate solo per chi quell’identità la condivide e ne è partecipe; manca la comunicazione verso l’esterno.
Il problema è riconnettere le due visioni. Il paesaggio industriale, o meglio, del paesaggio culturale è, come dice la Convenzione Europea del Paesaggio, una parte del territorio per come viene percepita dalle popolazioni: sia quelle che vi risiedono, sia quelle che vi transitano. Noi guardiamo il paesaggio filtrato dalla nostra cultura, dalla nostra memoria e da tutte quelle informazioni di cui noi possiamo caricare quel paesaggio. Queste informazioni sono di due tipi: i dati informativi locali, che danno conto della storia di quell’oggetto o di quel manufatto, e i dati personali, che corrispondono ai nostri ricordi, alle nostre emozioni e alle nostre impressioni.
Oggi l’incrocio tra queste due nature di informazioni può essere realizzato attraverso i digital device. Valorizzare dei luoghi attraverso la comunicazione è una “riqualificazione senza mattoni” che può attirare l’attenzione su quel determinato manufatto e fare da presupposto alla riqualificazione vera e propria. Le nuove tecnologie ci permettono di sovrapporre un device alla realtà e di leggere una serie di informazioni, come accade su Wikitude (che è un sito, ma anche un app). Si può quindi pensare che la finestra che noi apriamo sul Biellese possa arricchirsi di informazioni, perché mettendo insieme i dati che abbiamo raccolto, i social network che possono dire ai visitatori ciò che altri visitatori hanno visto, e la georeferenziazione possiamo creare uno strumento importante e potente di valorizzazione e comunicazione. L’ultima frontiera in questo campo sono i Google glass.
Ci sono tre assi su cui noi lavoriamo: 1) quello dei “big data”, degli archivi, che ci forniscono il materiale su cui studiare e che ci permettono di arricchire di informazioni i manufatti; 2) quello delle wunderkammer, concetto cinquecentesco al quale sono legato per l’idea di fare una raccolta di oggetti meravigliosi e incredibili; 3) lo storytellig. Noi dobbiamo abituarci a raccontarla questa storia.
Un esempio di questa pratica turistico-culturale può essere rintracciato nel progetto ArchiPla (Architecture and Places), in itinerario tra Settimo Torinese (Ecomuseo del Freidano) e Casale Monferrato (Associazione Amici del Cemento) in cui grazie ad una applicazione per tablet si cerca di valorizzare il percorso illustrando alcuni oggetti mediante materiali d’archivio: progetti, disegni, documenti, foto storiche, notizie paesaggistiche, dettagli costruttivi, bibliografie, tesi. Adesso stiamo implementando questa app con la realtà aumentata, tipo Wikitude, e con i commenti di coloro che visitano quei luoghi.
In questi anni in Europa c’è un gran lavorio e un continuo ragionamento sull’uso delle nuove tecnologie per implementare il turismo culturale, per fare management del turismo e accrescere così l’economia.
Sono le comunità che vivono i luoghi che ne sono depositari, proprietari e narratori: “data satisfy the analitical part of our brain, but stories touch our heart”.
Francesca Conti: Il comitato “Amici della Lana”
Il Comitato amici della lana è nato a Miagliano da un gruppo di persone che avevano uno scopo comune: creare lavoro. Noi crediamo che il racconto della nostra storia sia una delle leve principali per creare una nuova dialettica e una nuova attrattiva per il territorio. Queste fabbriche diventeranno, quindi, da luoghi di produzione materiale a luoghi di produzione immateriale e in particolare culturale. Bisogna però essere chiari: la produzione culturale o è di qualità o non è. Può avere una parte di animazione importante, può avere un valore di incubazione, ma nel momento in cui si fa storytelling, in cui si vuole raccontare la specificità di un territorio bisogna farlo unendo i linguaggi espressivi dell’arte, con la base documentale, di cui istituti come il DocBi sono patrimonio, senza i quali non sarebbe possibile fare storytelling. Tramite l’unione di questi due canali si ha un valore aggiunto.
I messaggi che vogliamo mandare fuori dal territorio perché possano generare nuovi flussi e nuova economia devono avere una qualità empatica, devono, cioè, saper cogliere gli stati profondi di ciascuno di noi indipendentemente dal luogo di origine e dal proprio livello culturale e devono saper creare un’esperienza ancora prima di essere sul luogo e quando si è sul luogo bisogna mantenere la promessa. Mantenere la promessa è la chiave di un prodotto culturale e turistico che si mantiene nel tempo.
La sfida di Storie di lana è molto semplice: riallacciare la catena di valore che c’è tra prodotto, produttore e territorio. Questa catena di valore al momento non è utilizzata, poiché è concentrata completamente sul prodotto, che varca i confini ed è globale, e che se solo restituisse una millesima percentuale di quello che esporta in flussi di ritorno Biella e il Biellese sarebbe conosciuto nel mondo come meta turistica. Quindi bisogna ricostruire questa catena di valore.
Storie di lana è un inizio che trae forza dalla volontà di chi è stato estromesso dal ciclo produttivo e che sente la necessità di riavviare il racconto di questa storia produttiva. Queste persone si sono riunite nel giugno 2013 e hanno riaperto il Lanificio Botto a Miagliano, una fabbrica chiusa da oltre trent’anni. Questo è stato fatto con la volontà precisa di allacciarsi al tema del recupero fisico e patrimoniale, ma anche il recupero della memoria e della capacità di fare.
La dottoressa Zegna ha parlato prima della solidità degli edifici, ma se questi edifici non sono pieni di capacità, delle mani e delle teste delle persone sono fondamentalmente vuoti.
L’“invasione” del lanificio è stato un atto simbolico, ma dal giugno scorso ogni mese c’è un’attività organizzata da e con la popolazione locale con l’aiuto, l’assistenza e la collaborazione di artisti professionisti e di competenze anche non artistiche ma professionali. Il tema è riallacciare uno scambio virtuoso tra capacità di produzione immateriale, luoghi e persone che hanno la memoria.
Questa è una sfida piccola ma non locale o localistica, perché la massa dei messaggi culturali non è più locale: si nutre del locale, ma usa linguaggi propri del mondo intero. Noi vogliamo prendere questa realtà narrativa mai ben espressa in questo territorio e portarla nel mondo con prodotti di storytelling che si appoggiano alla multimedialità, alla realtà aumentata, alla capacità di far trasmigrare questi contenuti grazie alle qualità empatiche delle immagini.
Dalla conoscenza bisogna trarre la capacità di condividere e gli strumenti che abbiamo ora per farlo sono enormi e potenzialmente lo saranno sempre di più. Questi strumenti non devono rimanere appannaggio delle professionalità di ambito culturale, ma devono diventare strumento di chi produce ancora la materialità del prodotto: connettere la produzione delle imprese con la produzione di cultura.
Per emergere a livello globale le imprese costruiscono nel dettaglio la specificità del prodotto, ma tale specificità è tanto più evidente quando c’è una specificità nel luogo in cui viene prodotto.
Questa è una battaglia di marketing che si combatte in tutto il mondo che spinge le imprese a trasmettere qualità peculiari dell’imprenditore o del territorio che produce. Nel Biellese abbiamo la realtà del prodotto e tutti gli attori riuniti nel nostro territorio e noi dobbiamo acquisire gli strumenti per raccontare questa realtà al meglio.
Occorre valutare come il consumo sia sempre meno legato al bisogno e sempre più connesso al valore culturale del prodotto, quindi il territorio ne può godere se ne sa utilizzare i meccanismi e trasportare questo valore sui suoi abitanti. Questo processo non è nuovo perché già i primi industriali nell’Ottocento avevano la volontà di restituire dei valori ai territori dai quali ne avevano presi. A quel tempo gli strumenti erano i sostegni alle famiglie, erano di carattere sociale, e oggi devono essere strumenti che portano nuova economia e nuovi flussi.
Storie di lana è un piccolo tentativo di storytelling che ha l’intenzione di esportare capacità e il racconto di Biella. È localizzato a Miagliano nell’ex lanificio Botto e grazie all’associazione locale Costruendo abbiamo fatto una “prova” della Strada della Lana con un percorso molto iconico per la Valle Cervo che va dal Cappellificio Cervo al Lanificio Cerruti. Questo itinerario segue il torrente Cervo e va a concretizzare l’idea di parco fluviale, al quale si pensa da tempo, tramite i TrekShop, che uniscono trekking e shopping: si arriva agli outlet aziendali con una carica culturale ben diversa, di coloro che hanno apprezzato il paesaggio, l’hanno vissuto, hanno capito il valore del fiume.
Quest’ultima idea dimostra come il Biellese sia pronto per essere raccontato e sta a noi usare tutti gli strumenti per valorizzarlo.
Danilo Craveia: Presentazione della guida del Centro di Documentazione dell’Industria Tessile
Tutto quello che è stato detto questa mattina è stato incentrato sul “come”: come risvegliare l’interesse verso questi argomenti; come portare flussi a Biella, come integrare trekking e shopping, ecc…
Io voglio invece parlare di “cosa”, di una cosa che va riscoperta. Questa Guida, infatti, è stata l’occasione per andare a fare una mappatura, una ricognizione e una riflessione sul patrimonio archivistico che la Fabbrica della Ruota e in particolare il Centro di Documentazione dell’Industria Tessile ha raccolto in tutti questi anni.
Perché parlo di “cosa” e non di “come”? In questi anni l’evoluzione tecnologica ci porta naturalmente a concentrarci sul “come”, ma bisogna secondo me fare attenzione e anche tornare in fabbrica, perché quello che noi andiamo a raccontare, i dati, sono in archivio. Molto spesso questi dati sono dati per scontati, per acquisiti. Tornare a vedere fondi archivistici, fondi fotografici che magari io stesso avevo catalogato anni fa, mi ha fatto rendere conto che molto spesso questo dare per scontato non sia positivo: bisognerebbe riguardarli più spesso e con occhi diversi e sicuramente scopriremmo cose diverse e nuove ogni volta. Ad ogni sguardo cambiano le conoscenze correlate e aumentano ogni volta le connessioni che si possono fare.
Questa Guida è molto agile perché è fatta a schede, ognuna delle quali racconta un fondo archivistico, un fondo fotografico o un archivio. La cosa più interessante di questo lavoro è far vedere quanto è vasta qualitativamente e quantitativamente la giacenza archivistica presente alla Fabbrica della Ruota. Dico archivistica in senso lato, ossia considerando non solo la parte strettamente cartacea, ma anche quella fotografica, cinematografica, oggettistica. I macchinari presenti nella Fabbrica pur essendo di ambito più propriamente museale possono essere considerati in senso archivistico perché hanno connessioni molto forti con i documenti cartacei e costituiscono, quindi, un corpo unico e indivisibile.
Dentro la Guida ci sono gli archivi documentali, soprattutto tessili e lanieri, ma non solo: abbiamo, ad esempio, archivi cotonieri, archivi di pettinature, filature, tessiture, tintorie, archivi di ovattifici e di cappellifici. Abbiamo una vasta documentazione di campionari tessili, che costituiscono un mondo a sé stante a metà tra il documento e l’oggetto fisico.
Nella Guida ci sono anche fondi non tessili, come quelli legati alle attività di professionisti come architetti, ingegneri, geometri, sia quelli che hanno pensato e progettato le industrie tessili, ma anche archivi famigliari o personali che nulla hanno a che fare col tessile, ma che costituiscono un buon collante nell’ambito territoriale.
Una parte è dedicata alla vasta documentazione fotografica e un’altra alle biblioteche, una delle quali è quella tessile specialistica di cui parlava Vachino.
Il patrimonio è in continua espansione e con esso incrementano le difficoltà di gestione, ma questo ci porta anche a riflettere su questo prodotto come “memoria della memoria”: il DocBi ha un’attività ormai trentennale e comincia ad essere archivio di se stesso.
Questa Guida è un prodotto molto bello, ma spero che sarà poi possibile poterne fruire anche sul web, poiché gli archivi hanno il grosso problema della visibilità. È molto difficile comunicare gli archivi come contenuto, mentre è più facile comunicarlo come contenitori: è più facile invogliare a vedere la Fabbrica della Ruota, mentre è più difficile invogliare a vedere cosa c’è dentro alla Fabbrica a livello di documenti. L’idea è quindi quella di diffondere il più possibile la consistenza dell’archivio per rendere noto che quel dato contenitore con quel dato contenuto si trova in quel dato luogo.
La lana e le lavorazioni artigianali della lana
La lana Da Fila la lana a cura di Nadia Yedid, Anna Gattiglia e Maurizio Rossi La pecora è una mammifero ruminante appartenente al genere Ovis, specie aries. Nel neolitico era alta al garrese 60-65 centimetri, oggi raggiunge 70-130 centimetri. […] Protagonista dell’allevamento, accanto a minori popolazioni di capre e vacche, è la pecora, animale poco costoso, in grado […]