Fabbriche e fabbricati
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Antiche fonderie e chioderie accanto ai cappellifici e ai lanifici
Celso Ferraro fabbricante di “vermicelli” e altre paste alimentari
La Società del Ghiaccio Artificiale e i nastri del cavalier Fassini
da “Eco di Biella” del 30 marzo 2026
Ci fu un tempo in cui Sagliano Micca si presentava come una piccola grande fucina. Il termine va inteso in due sensi. Letterale perché, tra ‘800 e ‘900, nel villaggio natale dell’Eroe di Torino, furono attive officine metallurgiche che avevano, a quell’epoca, una già lunga tradizione alle spalle. Metaforico perché, nello stesso periodo, in Sagliano Micca fervevano uomini e opere, tra artigianato e industria, con caratteri peculiari e, per certi versi, innovativi. Di certo si penserà alle fabbriche di cappelli e questo tipo di opifici è senza dubbio quello che ha dato e dà maggior lustro al paese. Ma sarebbe un errore storiografico e, più ancora, di prospettiva fermare il discorso alla cappelleria. Oggi, purtroppo, di quella esperienza composita e dinamica, altra rispetto ai cappelli, non è rimasta quasi più traccia. E sebbene Sagliano Micca sia tuttora un centro vivace, ha subito come molti altri il destino della perifericità e della distanza dalle direttrici viarie più importanti. L’essere sulla soglia della Bürsch potrà produrre effetti positivi in termini turistici, ma la manifattura che allora era fiorente difficilmente tornerà. Sagliano Micca fu anche un polo tessile laniero, tra filature, lanifici e tintorie che già prima dell’Unità d’Italia e, più ancora, sul finire dell’Ottocento si ponevano in concorrenza con analoghe realtà produttive più avvantaggiate geograficamente. L’arrivo della ferrovia, nel 1892, ruppe l’isolamento di questa parte di Valle Cervo e l’area pianeggiante compresa tra la chiesa del Gesù e Passobreve divenne una zona appetibile per vecchi e nuovi imprenditori lanieri, alcuni dei quali provenienti dalle valli vicine. Sotto molti punti di vista, Sagliano Micca si proponeva come più diversificato e strutturato rispetto ad Andorno Micca, Miagliano, Tavigliano e Tollegno. In quegli abitati viciniori, vuoi per carenza di forza motrice idraulica (ad Andorno Micca scorre solo il rio Nelva, mentre il Cervo sfiora il suo territorio soltanto a Lorazzo), vuoi per univocità merceologica, lo sviluppo dell’industria era stato più tardivo (Miagliano e Tollegno iniziano la loro avventura poco prima della metà degli anni Sessanta dell’Ottocento e l’attività manifatturiera nacque e rimase monotematica, cioè cotone e lana) o così focalizzato da bruciarsi in pochi decenni (come i cappellifici di Tavigliano) senza avere un’alternativa effettiva.
A Sagliano Micca, invece, tra la Longola e la chiesa della SS.ma Trinità sorse una fonderia capace di far rendere, fin dal Seicento, le miniere della sponda destra del Cervo, sotto Oneglie. E quel primitivo stabilimento (appena a valle del ponte che collega Sagliano Micca alla regione Titin di Miagliano, dove ora vi è il rudere del lanificio Gaudenzio Strobino) creò una “discendenza” che, ancora fino alla metà del Novecento, dimostrava continuità operativa. La chiusura della officina meccanica Grosso & Tribola nel 1950 ha sancito il termine di una plurisecolare produzione metallurgica. I protagonisti furono, ancora prima dei fratelli Grosso e dei fratelli Tribola, i fratelli Carpano, che nel 1887 impiantarono una ditta specializzata nella costruzione di macchine per la lavorazione dei cappelli (con cinque operai). Ma già nel 1876 Emanuele Capellaro (o Cappellaro) aveva attivato, in via Costa, uno “stabilimento di riparazione per qualsiasi macchina, vapori, motori idraulici, come pure macchine a cucire; assicurando perfetta esecuzione del lavoro e modicità di prezzo”. E il know-how dei fabbri meccanici saglianesi fu addirittura esportato, grazie a uomini come Giovanni Evangelista Ferraro che, nel 1871 in quel di Asti, brevettò una macchina denominata “Modellatrice” capace di formare e “garbare” l’ala o tesa di qualsiasi cappello. Da Sagliano Micca non si esportavano solo i cappelli, ma anche i cervelli! Un’abilità tecnica che risaliva al 1860, quando lo svizzero August Wauthier, trasferitosi a Candelo, cedeva in affitto o in vendita “una fucina a due magli, forno con tutti gli attrezzi, attiguo alla fucina, vasto locale ad uso di laboratorio, filatura e simili, forza 15 cavalli, acqua perenne, macchine da punte di Parigi”. Le punte di Parigi sono chiodini speciali, senza testa o quasi, utili in molti settori. E la “stampa” dei chiodi era una specialità saglianese. Carlo, figlio di August, non seguì le orme paterne. Studiò da chimico e farmacista e aprì una farmacia a Sagliano Micca. Nel 1843, in occasione di un passaggio generazionale in seno alla famiglia Gerodetti (i tintori del “Tengior”), si doveva gestire la proprietà di un “edificio di fonderia, fucina e chioderia con tutto il sito attinente, adiacenze e pertinenze, bealera, ruote, alberi, torchio ed ogni altra cosa fissa ed infissa, posto sulle fini di Sagliano, regione di Bassa, confinanti la strada a giorno e sera, il torrente Morezza a mattina ed il sentiere a notte”, come da notizie diffuse a mezzo stampa per comunicare una vendita all’asta dell’immobile, dei macchinari e degli utensili.
La fucinatura era così praticata che, nel 1909, fu costituita la “Società anonima cooperativa fra gli operai metallurgici e lavoratori in legno”. Nata alle dipendenze della Federazione Italiana Operai metallurgici e fabbri, aveva per scopo di migliorare le condizioni morali e materiali degli operai, “riunendo nelle sue mani capitale e lavoro, sottraendolo alla dipendenza patronale per renderlo solo compartecipe degli utili del suo lavoro“. La cooperativa assumeva “al lavoro i soli azionisti, sempre però meccanici, fabbri, aiutanti e falegnami per eseguire in cooperazione qualsiasi lavoro in ferro ed in legno“. Sicuramente un dato notevole. A questo punto non può mancare un cenno ai pelifici (fondamentali per la disponibilità di materia prima per i cappellifici) come quello di Elidio Bellino attivato nel 1929 accanto alla suddetta chiesa della SS.ma Trinità, ma già in precedenza altri opifici similari erano in esercizio a Sagliano Micca. Ma in tema di varietà vale la pena di citare qualche altro ambito produttivo. Celso Ferraro, per esempio, e la sua pasta. Celso Ferraro costruì il suo pastificio già prima del 1895 e la sua iniziativa imprenditoriale prosperò. Al fondatore si affiancarono i figli Adolfo e Callisto. Celso morirà nel 1931. Dopo un primo trasloco a Biella, nel 1941 la ditta è già operativa a Santhià (dove era attivo anche un negozio). Le paste di Celso Ferraro erano conosciute in tutto il Biellese, specialmente i “vermicelli”, cioè gli spaghetti.
Il medesimo Ferraro fu l’iniziatore anche di un’altra attività singolare. Nel 1901 fu costituita la Società del Ghiaccio Artificiale di Sagliano Micca. Che cosa spingeva a fondare una simile società? La possibilità di trarre profitto dall’acqua congelata passava dalla potenziale clientela. Gli stabilimenti idroterapici e gli alberghi più o meno connessi con il turismo balneare di Andorno e Sagliano Micca erano ottimi compratori, ma anche i bar dei dintorni. Fu quindi acquistata una macchina per il ghiaccio dalla “Société Genevoise pour la Construction d’instruments Physique et de Mécanique” corrente in Ginevra. Nel 1904 fu la volta di una dinamo della Società Elettrotecnica Italiana di Torino, visto che, nel frattempo l’elettricità aveva ormai raggiunto Sagliano Micca. Il primo sodalizio era composto da Celso Ferraro, Antonio Ferrarone, commerciante, Antonio Galliari, perito meccanico, ed Efisio Lace, ingegnere. Alla morte del Galliari avvenuta il 25 gennaio 1905, la società fu sciolta di diritto e ricostituita subito dopo con la denominazione sociale di “Ghiaccio artificiale di Ferraro e Compagnia” tra Celso Ferraro e i due soci rimasti, cui si aggiunsero l’industriale Giorgio Cantono e Margherita Costanza Filidor vedova di Antonio Galliari. La firma sarebbe spettata al Ferraro e la società sarebbe durata fino al 31 marzo 1921, ma non è chiaro se arrivò a quella data. Ancora una nota per un’azienda non tessile, ma affine. Nel 1887 (forse prima) esisteva a Sagliano Micca la fabbrica di Giuseppe Fassini specializzata in nastri. Aveva due telai a mano e due operai. Secondo un censimento industriale dell’epoca “anche qui l’organzino è la materia impiegata per l’orditura ed il cotone per la trama”. Il cavalier Fassini morirà nel 1912, dopo aver cambiato comparto. In effetti, nel 1911 vendette il suo “vasto fabbricato entrostante avviato albergo, con spazioso giardino”. Sagliano Micca visse un periodo di grande intensità non solo industriale, ma anche sociale e umana. Non bastano queste righe per raccontarlo come si deve.