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Da L’oblio di padre Fantoni: tutta colpa del grande Pasteur
[di Danilo Craveia, “Eco di Biella”, 6 marzo 2023]
Un missionario biellese in Cina salvò la bachicoltura europea
Dallo Shandong a Torino, i bachi selvatici si nutrivano di ailanto
Il nobile francescano nato a Biella morì sul Fiume Giallo
Sulla “Rivista Biellese” dell’ottobre 2014, Matteo Negro ha pubblicato l’articolo Passeggeri inattesi lungo le vie del tessile. Lo scritto riguarda specie animali o botaniche in origine “aliene” rispetto al nostro territorio, ma ormai fin troppo presenti. Citazione: “Nella metà del XVIII secolo l’allevamento del classico baco da seta (Bombix mori) subì una forte contrazione a causa di una grave malattia, nota con il nome di pebrina (o atrofia parassitaria o mal delle petecchie) […]. Questo parassita si diffuse a partire dalla Francia e raggiunse nel 1854 il nostro paese colpendo duramente gli allevamenti di baco da seta italiani. Di fronte a questa catastrofe l’unico rimedio fu quello di sfruttare una seconda specie di baco da seta, Samia cynthia, introdotta nel 1856 dal frate missionario P. Fantoni. Questo baco viene comunemente chiamato Sfinge dell’Ailanto, e non si nutre del gelso ma appunto dell’ailanto. Ciononostante, l’esperimento dell’ailantocoltura per la produzione di un nuovo tipo di seta durò poco più di un quindicennio grazie ai progressi scientifici di Louis Pasteur che, tra il 1865 e il 1870, trovò un rimedio per contrastare la pebrina e riportare la gelso-bachicoltura ai livelli produttivi di un tempo”.
Quando Pasteur, il grande Pasteur, trovò un modo per debellare la prebina del gelso (vedi in cima alla pagina) la prospettiva di eternità non solo in ambito scientifico, ma anche socio-economico, anzi della Storia tout-court, per quel certo Fantoni (vedi sempre in cima alla pagina) svanì del tutto, o quasi. Tant’è che adesso, a distanza di un secolo e mezzo, quello immortale è il nome di Pasteur e non quello del missionario che aveva inviato in Occidente una specie di baco da seta che, non nutrendosi di foglie di gelso, non sarebbe risultata vittima indiretta della prebina. Quello che Matteo Negro non segnala nel suo interessante articolo (vedi ancora sopra) è che il frate che salvò la bachicoltura e, di conseguenza, l’industria serica europea era un biellese. Come detto, Pasteur, inficiò il suo straordinario contributo, ma ciò non cancella una pagina di storia che vale la pena di conoscere. Un cenno biografico di padre Fantoni fu compilato da un suo confratello, Giacinto Burroni (Zerbolò, Pavia 1882; Torino 1969) nel 1966-1967 e pubblicato sull’“Eco del Santuario d’Oropa” (poi come opuscolo a sé: presso la Biblioteca Civica di Biella ne esiste una copia). Anche gli storiografi Crovella e Torrione lo segnalarono nel loro Il Biellese. Ambiente, uomini, opere del 1963, ma queste pubblicazioni non hanno comunque aiutato padre Fantoni a diventare celebre. Alessandro Augusto Zaverio Maria figlio del conte Francesco Fantoni e della contessa Luigia Vialardi fu battezzato giovedì 22 febbraio 1818 nella cattedrale di Biella. Era quindi un nobile, membro di un’antica e illustre casata biellese. L’ultima discendente di quella dinastia, la contessa Lidia Fantoni, donò alla Biblioteca Civica di Biella una serie di memorie dattiloscritte che consentirono a padre Burroni di delineare la vita e le opere del suo remoto “collega”. Il 2 gennaio 1836 il contino indossò l’abito francescano nel convento di Belmonte e prese il nome di Annibale. Dieci anni più tardi, il 2 marzo 1846, sbarcò a Hong-Kong. Il fuoco missionario ardeva nel suo cuore. Non tornò più. Morì laggiù l’11 luglio 1882.
Dalla collana “Sinica Franciscana”, stampata da padre Mensaert si apprende che padre Fantoni sperimentò le difficili condizioni cui erano sottoposti i religiosi occidentali in quelle terre. Era destinato alla provincia di Shanxi, a sud-ovest di Pechino, ma durante il viaggio verso la sua meta fu arrestato, incatenato e deportato a Canton. Liberato si ritirò a Macao dove ritemprò le forze. Nell’aprile del 1847 tentò di raggiungere Shanghai, ma fece due volte naufragio sul Fiume Azzurro. Finalmente, nel giugno del 1847, approdò a Shanxi. Due anni dopo fu trasferito nello Shandong, lungo il Fiume Giallo. Quella zona divenne la sua patria. Una patria pericolosa, eppure amata e mai tradita. Alla fine del 1861 rischiò di essere decapitato… Virtuoso e coraggioso, padre Annibale Fantoni si guadagnò stima e rispetto, anche da parte dei cinesi che, più volte, lo avevano minacciato. Alla sua scelta di vita il francescano biellese non venne mai meno. La sua corrispondenza, parte del cartario di cui sopra, svela il carattere mite ma saldo dell’uomo e del sacerdote. A questo si aggiunge lo spirito di osservazione e l’intelligenza di un saggio che, niente affatto lontano dal mondo che aveva lasciato, restava in contatto con l’Occidente e ne aveva a cuore le sorti. Tant’è che, informato della drammatica situazione in cui versava la bachicoltura in patria, spedì in Europa alcuni esemplari di “attacus Pernyl o baco da seta di quercia e bozzoli”. Quel baco da seta selvatico, il Bombix Cynthia, che mangiava l’ailanto e non il gelso, era diffuso nello Shandong, la provincia cinese il nome già evoca i tessuti serici shantung (o tussah), grezzi, irregolari, ruvidi, e tuttavia pregiatissimi. Quando nel 1845 padre Fantoni si preparava a partire per la Cina, un tale canonico (che dovrebbe essere don Giuseppe Ortalda, infaticabile organizzatore della compagine missionaria torinese e piemontese) gli aveva chiesto di inoltrare a Torino dei “campioni” di bachi da seta. Che fosse una semplice curiosità entomologica oppure una precisa necessità dettata dalle contingenze della epidemia di prebina, per il francescano biellese si trattò di una incombenza rilevante cui far fronte. Così, nel gennaio del 1856, dopo uno “straripamento straordinario del fiume Giallo, che voltò direzione”, padre Fantoni annunciava all’anonimo canonico la prossima raccolta dei bachi in modo che potessero arrivare in Piemonte nella primavera del 1857. Distanze lunghe, tempi lunghi. Il missionario spiegava al destinatario della sua lettera le sue intenzioni (“di tre qualità ne manderò; di montagna, così detti; quelli che si mettono e crescono sull’albero stesso; ed i domestici, comuni, come i nostri, ma forse più grossi”) e le sue preoccupazioni circa il grande viaggio che quelle bestiole avrebbero dovuto affrontare. Il 4 novembre 1856 la spedizione era appena stata fatta.
Da Xam-Tung (Shandong). “Presento alla S.V. Rev. i bachi silvestri da seta, cotanto desiderati in Europa”. Padre Annibale li aveva appena raccolti e avvolti nelle foglie di cui si cibavano. “Solo io temo che dovendo passare per le Indie, ove molto caldo è il clima, nascano prima del tempo”. Le istruzioni per la conservazione e per la riproduzione dei bachi erano piuttosto dettagliate. Una volta deposte le uova da parte delle farfalle occorreva salvare i piccoli bruchi e nutrirli “con trittata foglia di pioppo, di olmo, di gelso, di pero, di albicocco, insomma con qualunque qualità di foglia dolce”. Ma il mittente aveva osservato che “veramente i cinesi nustriscono questa qualità di bachi con foglie di cert’albero, detto cheum-xu, da me mai veduto in Europa. Cresce quest’albero all’altezza del pioppo, simile nella scorza e i rami, ma con certe lunghe foglie, di due palmi di lunghezza, composte da tante piccole foglie come la gazia”. Di questa essenza vegetale fu diligentemente allegata una “mostra” e nei campioni fu riconosciuto l’Ailanthus glandulosa, come a dire l’ailanto. Gli “alieni” inviati da padre Fantoni avrebbero trovato in Europa il cibo loro più adatto, visto che dal 1751 un altro missionario, padre d’Incarville, aveva introdotto nel Vecchio continente alcune piante di ailanto che si erano diffuse più che velocemente. L’invio dalla Cina ebbe pieno successo e il canonico Ortalda rispose al biellese: “Alla R. V. il Piemonte andrà debitore del filugello selvatico, che le piaceva inviargli l’anno decorso. Desso col tempo, giova sperarlo, si renderà non meno utile del domestico, massime nel caso, pur troppo temibile, che l’educazione di questo continui ancora per qualche anno a rendersi così incerta e parca di frutti. Ella può andare meritamente lieta del dono fatto alla patria. Parte dei bozzoli inviati fu regalata all’Accademia d’agricoltura, la quale le votava pubblici ringraziamenti”. L’Accademia di Agricoltura fece sentire la propria voce in merito al regalo cinese e padre Fantoni riceveva tramite il canonico Ortalda queste parole scritte dall’accademico corrispondente dottor Claude Joseph Constant Despine di Aix-les-Bains: “Ad un monaco va debitrice l’Europa dell’incalcolabile tesoro della sua seta. Quanto lavoro con questa compensato, quanti agi soddisfatti!”. Le uova del filugello selvatico furono cedute a Vincenzo Griseri, primo preparatore del Laboratorio di Chimica, e a Francesco Comba, primo preparatore del Museo zoologico di Torino, che li analizzarono da par loro. L’eco dell’invio dei bachi dallo Shandong fu udita nitidissima in tutta Europa. Le più rinomate riviste scientifiche francesi, inglesi e tedesche fecero il nome di padre Fantoni e ne tesserono i più alti elogi.
Gli accademici parigini, soprattutto, si tennero aggiornati sulla evoluzione delle esperienze di Comba e Griseri. Nel 1860 uscì il volume Education des vers à soie de l’ailante et du ricin et culture des végétaux qui les nourrissent firmato dal biologo ed entomologo Félix Edouard Guérin-Méneville, ricercatore blasonato e vera autorità in materia. Anche lui riconobbe il valore dell’intervento del francescano biellese e nel suo libro annotò: “Sur ma provocation, la Société impériale zoologique d’acclimatation, reconnaissant la grande importance de l’introduction de cette espèce, a donné au père Fantoni la plus haute récompense qu’elle puisse accorder, en le nommant membre honoraire”. D’accordo, Pasteur, il grande Pasteur, rimane immortale. Ma per il nostro padre Fantoni è meglio di niente, no?